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news dall'Italia e dal Mondo

Dietologo Milano , Nutrizionista Dott.ssa Maria Luisa Scarabelli
ViaCorreggio n 61  -- Milano  -- Studio Nutrizione e Dieta

Tel. 0258300458 -- cell. 3385317023 -- fax 0292876952
email : marialuisa_scarabelli@fastwebnet.it

Alimentazione, allattamento al seno e morte improvvisa in culla.
La mamma che allatta dovrebbe essere educata ad una corretta alimentazione, in quanto ciò influenza la  produzione di latte. L’alimentazione dovrebbe essere varia e bilanciata, volta a favorire l’apporto di nutrienti attraverso alimenti di origine naturale,  poiché sono questi ad assicurare una migliore biodisponibilità dei nutrienti stessi.
E’ importante anche cercare di incentivare l’allattamento al seno nel primo anno di vita dei bambini,perché questo sembra costituire un fattore protettivo per la salute dei neonati. Secondo una recente ricerca della University of Virginia School of Medicine, pubblicata su Pediatrics il rischio di morte improvvisa in culla o SIDS (Sudden Infant Death Syndrome), che nei paesi sviluppati è la causa principale di morte nel primo anno di vita, si riduce della metà allattando i bimbi  al seno per almeno due mesi. Il beneficio si ottiene anche se l'allattamento al seno non è esclusivo.

Alzarsi spesso per vivere più a lungo
Alzarsi spesso e non stare troppo seduti diminuisce il rischio di morte precoce. L’ipotesi è che tra le cause di rischio portate dalla sedentarietà sia coinvolto un particolare metabolismo degli zuccheri: quando siamo seduti il corpo non userebbe gli zuccheri a disposizione creando una possibile cascata di effetti negativi.
Studio condotto da Keith Diaz della Columbia University di New York e pubblicato su  Annals of Internal medicine

La colazione pasto 'amico' del cuore
Chi la fa regolarmente ha livelli di colesterolo e pressione - due fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiache - più bassi, mentre chi la salta è più soggetto al rischio di obesità e diabete. A evidenziarlo l'American Heart Association, in una dichiarazione scientifica sulla rivista Circulation. Secondo gli studiosi è importante per la salute del cuore pianificare i pasti dando loro una regolarità, così come gli spuntini. "Il consiglio è di mangiare consapevolmente, prestando attenzione alla pianificazione sia di ciò che si mangia che di quando lo si fa.  Per combattere la fame nervosa  in molte persone si riscontra che le emozioni possono innescare il desiderio di mangiare quando non si è affamati, cosa che spesso porta a ingerire troppe calorie da alimenti che hanno un basso valore nutrizionale".
Il momento del giorno in cui si consumano i pasti è cruciale.
Secondo gli studiosi assumere più calorie nella prima parte della giornata e meno di sera può infatti avere effetti positivi per il diabete e le malattie cardiovascolari.
Anche quello che si mangia è comunque importante: sì a frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pollame e pesce, mentre è meglio limitare carne rossa, sale e alimenti ad alto contenuto di zuccheri aggiunti.

Consumo del sale: impariamo a ridurre i cibi troppo «saporiti»
Il sale è la principale causa dell’ipertensione, danneggia le ossa e può causare calcoli ai reni. Ne usiamo il doppio di quanto consiglia l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Gli uomini si attestano sui 10 grammi, le donne intorno agli 8. I livelli di Assunzione Giornaliera Raccomandati (LARN) indicano che la quantità adeguata oltre cui già si può parlare di eccesso è pari a 3,75 grammi: la maggioranza sfora abbondantemente i limiti. Si stima  che del totale introdotto non oltre un grammo sia quello naturalmente presente nei cibi e circa un terzo, cioè due, tre grammi, sia aggiunto mentre cuciniamo. Il resto, circa due terzi della dose quotidiana, circa cinque sei grammi arriva da alimenti preparati, che lo contengono perché vi viene aggiunto.

Origano elisir di giovinezza previene l`arteriosclerosi
Da una ricerca pubblicata sul Proceedings of the National Academy of Sciences, è emerso come nell’origano sia contenuta una particolare sostanza, il Beta-Cariofillene (E-BCP), efficace contro le infiammazione e contro le malattie, tipo l’osteoporosi o l’arteriosclerosi.
I responsabili della ricerca hanno somministrato la sostanza a dei topi con un infiammazione alla zampa. In sette casi su dieci ci sono osservati miglioramenti. Ora lo studio del Beta-Cariofillene deve proseguire per verificare l’effettiva utilizzabilità a livello farmacologico. E-BCP è un componente che è presente in molte erbe aromatiche e spezie, tra le quali, oltre all’origano, vanno ricordate il basilico, il rosmarino, la cannella e il pepe nero. Con una nutrizione standard si assumono giornalmente circa 200 milligrammi di questa molecola.
Chi consuma con maggiore regolarità cibi conditi con l’origano ha dunque più possibilità di rimanere sano – limitatamente al rischi di contrarre le malattie citate in precedenza. La Beta-Cariofillene agisce sulle strutture ricettive delle membrane cellulari, i cosiddetti ricettori Cannabiodi-CB2, modificando i comportamenti della cellule.
Articolo da


Peso in eccesso osteoartrite in agguato.
Progressiva perdita di cartilagine e patologie ossee. Sono le conseguenze del sovrappeso, tra i primi fattori di rischio dell`osteoartrite, malattia degenerativa delle articolazioni che colpisce sia le cartilagini che le ossa che ne sono rivestite.
Lo dimostra una ricerca che verrà pubblicata ad agosto su Radiology condotta da Frank W. Roemer, direttore del Dipartimento di Radiologia della Boston University School of Medicine.
Lo studio ha preso in esame 3.026 persone di età compresa tra i 50 e i 79 anni in sovrappeso e a rischio di osteoartrite, malattia degenerativa le articolazioni. Il gruppo di pazienti era costituito per il 65% da donne di 61 anni con un indice di massa corporea (BMI) pari al 29,5: un dato che indica il sovrappeso, a fronte del BMI "buono" che oscilla dal 18,5 al 25. "Dai test è emerso che il 20% delle 347 ginocchia esaminate è di fatto esposto ad un lento processo di perdita di cartilagine", spiega Roemer. I risultati hanno mostrato che uno dei maggiori rischi che contribuisce alla rapida perdita di cartilagine basale sono da imputare all`elevato indice di massa corporea. "La perdita di peso - conclude lo studioso - è probabilmente il fattore più importante per rallentare la progressione della malattia".

Dieta ricca di magnesio 'scudo' problemi cuore, ictus e diabete.
Un'alimentazione ricca di questo minerale, elemento chiave della dieta mediterranea, contenuto ad esempio nelle noci, in alcune verdure a foglia verde, nel pesce e nella carne, aiuta a ridurre l'insorgenza di tali malattie.
Da una ricerca effettuata della Zhejiang University e della Zhengzhou University pubblicata sulla rivista Bmi Medicine, potrebbe rivelarsi uno 'scudo' contro problemi di cuore (in particolare delle coronarie), ictus e diabete. Gli studiosi hanno preso in esame i dati di 40 studi precedenti che hanno visto coinvolte in totale oltre un milione di persone in nove Paesi. Dai risultati, che sono stati resi omogenei, è emerso che coloro che assumevano più magnesio tramite la dieta, si trovavano quindi in uno schema appositamente realizzato nella più alta categoria per consumo di questo minerale, avevano un rischio del 10% più basso di andare incontro a malattie delle coronarie, del 12% più basso di ictus e del 26% più basso di diabete di tipo 2. I risultati indicavano anche che 100 mg in più al giorno di magnesio nella dieta potrebbero ridurre il rischio di ictus del 7% e diabete di tipo 2 del 19%. "Le linee guida per la salute attuali raccomandano un apporto di magnesio di circa 300mg al giorno per gli uomini e 270mg al giorno per le donne  nonostante ciò, la carenza di questo minerale



Agrumi: non c’è solo la vitamina C -Flavonoidi per cervello e circolazione
Gli agrumi contrastano l’insorgenza di malattie neurodegenerative, hanno capacità analgesiche e anti-infiammatorie
Gli agrumi vi fanno venire in mente la vitamina C? In realtà, il loro bel colore dovrebbe prima di tutto richiamarvi alla mente i flavonoidi che, come altri polifenoli, comprendono i pigmenti ai quali si devono molti dei colori dei fiori e dei frutti, inclusi gli agrumi. I flavonoidi, termine che deriva dal latino “flavus” ovvero giallo, sono sostanze che difendono le piante dagli insulti esterni come i raggi UV e che si stanno rivelando sempre più interessanti anche per l’uomo. Gli ambiti più studiati riguardano le malattie cardiovascolari, i tumori e, più di recente, anche le malattie neurodegenerative.
Contro le malattie neurodegenerative
A questo proposito, una revisione della letteratura, appena pubblicata suMolecules ha passato in rassegna numerosi studi sperimentali in cui si è visto come diversi principi attivi presenti negli agrumi possono aiutare a contrastare l’insorgenza e la progressione di malattie neurodegenerative. «Ciò è possibile - spiega Santa Cirmi, primo autore dello studio, coordinato da Michele Navarra, farmacologo del Dipartimento Chibiofaram dell’Università di Messina - perché diversi flavonoidi presenti soprattutto nei succhi di arancia, limone, bergamotto e mandarino, interagiscono con specifici bersagli intracellulari coinvolti nella morte neuronale. Inoltre, l’attività antiossidante dei flavonoidi degli agrumi potrebbe prevenire o ridurre lo stress ossidativo, che gioca un ruolo fondamentale nell’insorgenza di numerose malattie, incluse quelle neurodegenerative». Aggiunge Paolo Rapisarda direttore CREA-Centro di Ricerca per l’Agrumicoltura e le Colture Mediterranee di Acireale (CT): «Arance, limoni, mandarini e clementine hanno un’alta concentrazione di esperidina, un flavonoide di cui sono state dimostrate la capacità di influenzare la permeabilità vascolare, aumentare la resistenza dei capillari e che ha proprietà analgesiche e anti-infiammatorie. Il mandarino, oltre che per l’esperidina, si caratterizza per la presenza di polimetossiflavoni, che hanno dimostrato un effetto protettivo contro la progressione del cancro al colon. Le arance rosse come Tarocco, Moro e Sanguinello, contengono nella polpa, e a volte anche nella buccia, un’altra classe di flavonoidi le: antocianine, pigmenti rossi che conferiscono al succo un’attività antiossidante più elevata rispetto a quello delle arance bionde».



Salmone e noci nella dieta del cuore anche per i giovani
Una dieta ricca di omega 3, contenuti in alimenti come ad esempio il salmone o le noci, può essere un'arma in più contro la pressione alta nei giovani. La ricerca ha preso in esame giovani adulti sani, misurando la quantità di omega 3 nel sangue e registrando le misurazioni della pressione arteriosa. I partecipanti allo studio sono stati poi divisi in quattro diversi gruppi, con agli estremi quelli con i livelli più alti o più bassi di omega 3 nel sangue.
   Dai risultati è emerso che coloro che avevano livelli più alti di omega 3 avevano anche livelli più bassi di pressione massima e minima, rispettivamente di 4 millimetri e 2 millimetri di mercurio. Questo, pur non essendo stato dimostrato un rapporto diretto causa effetto tra i due fenomeni, come evidenziano gli studiosi suggerisce che promuovere diete ricche di omega 3 potrebbe essere una strategia per prevenire la pressione alta. E'quanto emerge da una ricerca presentata da Mark Filipovic dell'Università di Zurigo alle American Heart Association's Scientific Sessions 2016.
http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/

Consumo di pomodori, cavoli e spinaci arma di difesa contro le rughe
Contengono sostanze antiossidanti
Nella lotta alle rughe e per proteggersi dagli effetti dannosi dei raggi Uv sulla pelle, alle armi tradizionali, potrebbero aggiungersi pomodori, cavoli e spinaci. Come alimenti o magari sotto forma di integratori. La chiave sta in due antiossidanti che contengono, il licopene e la luteina. È quanto emerge da una ricerca del Leibniz Research Institute for Environmental Medicine, in Germania, pubblicata sul British Journal of Dermatology. Gli studiosi hanno preso in esame la pelle di 65 persone, divise in due gruppi: il primo ha assunto un supplemento chiamato Tnc (tomato nutrient complex),messo a confronto con un placebo, il secondo invece luteina sempre con le stesse modalità. All'inizio e alla fine di ogni fase di trattamento di 12 settimane la pelle è stata esposta a due tipi di raggi ultravioletti, UVA1 e UVA / B in un processo noto come irradiazione, con biopsie, cioè il prelievo di un campione di tessuto, effettuate 24 ore dopo. Dai risultati è emerso che in coloro che non avevano ricevuto il licopene o la luteina vi era un'espressione aumentata di alcuni geni 'indicatori' legati alla rugosità della pelle e all'infiammazione, due effetti collaterali comuni causati dai danni del sole. Al contrario, l'espressione di questi geni risultava significativamente ridotta in chi aveva assunto uno dei due antiossidanti. Gli studiosi ritengono che in futuro questo potrebbe portare allo sviluppo di integratori specifici e sottolineano al contempo che comunque gli antiossidanti non sostituiscono la protezione solare ma sono un'altra arma di difesa.


Obesità e rischi connessi
Chi è in sovrappeso rischia maggiormente di ammalarsi a colon, prostata, seno, reni, endometrio. Un studio di ricercatori francesi fa suonare un campanello d'allarme.
Da uno studio pubblicato su “ Lancet Oncology” dei ricercatori dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, in Francia.
Indice di massa corporea – Body Mass Index- o BMI - è un numero che racconta molto del nostro stile di vita, delle nostre regole alimentari, della nostra abitudine al movimento. È la misura del nostro benessere e del nostro stato di salute. Ma è anche un campanello d’allarme, serissimo. Stiamo parlando dell’indice di massa corporea (Body Mass Index, o Bmi), quel numero che si ottiene calcolando il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza di un individuo. Se è superiore a 25 indica il sovrappeso, e non va bene. Se è oltre il 30, significa obesità. E allora bisogna preoccuparsi davvero.

Perché tra le tante malattie associate a questa condizione - da quelle cardiovascolari al diabete, che già non sono poco- c’è anche il cancro. Un legame assodato e inequivocabile, messo finalmente nero su bianco dai ricercatori dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, in Francia. Che in uno studio pubblicato su “Lancet Oncology” hanno rintracciato questa relazione pericolosa spulciando tutti gli articoli sull’argomento contenuti nella banca dati Medline fino al 1 gennaio 2014. E sembrano fa virare la polemica suscitata dalla pubblicazione su “Science” di uno studio più che importante dal quale risulta che il 65 per cento di tutti i casi di tumore è frutto del caso, di un capriccio della cellula, e hanno poco a che fare con gli stili di vita.

Il lavoro di “Science” ha scatenato una bagarre senza fine, con tutti a credere, finalmente, di potersi mangiare di tutto, fumare di tutto, bere di tutto senza che questo avesse qualche conseguenza oncologica. Inutile lo sforzo dei ricercatori che hanno per settimane minimizzato la conseguenza sul nostro comportamento del loro lavoro e riassunto così la morale del loro studio: magari non è possibile prevenire tutti i tumori, ma molti sappiamo come fare a evitarli; cominciando col non fumare, con non bere esageratamente, e col contenere il sovrappeso.

«Un indice di massa corporea pari o superiore a 25 è associato a un aumentato rischio di cancro», scrivono i ricercatori dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione guidati da Melina Arnold. Le prove sono evidenti: gli uomini obesi hanno un rischio maggiore di sviluppare un tumore alla prostata più aggressivo, e un maggior rischio di recidiva del tumore del colon retto. Le donne obese in menopausa con una diagnosi di tumore alla mammella hanno il 75 per cento di chances in meno di guarire a dieci anni.
Solo nel 2012, continuano gli studiosi, il numero di tumori attribuibili all’obesità negli adulti con più di trent’anni sarebbe pari a 480 mila, il 3-6 per cento di tutti i nuovi tumori diagnosticati.

Quasi mezzo milione di pazienti che, con un’alimentazione adeguata, la perdita di peso e una sufficiente attività fisica, avrebbero potuto forse evitare la malattia. Un panorama tanto inquietante da aver spinto per la prima volta l’American Society of Clinical Oncology (Asco), a guardare con occhio più attento il girovita dei loro pazienti, che non deve essere superiore a 88 cm nella donna e 96 cm nell’uomo. A parità di Bmi, infatti, l’aumento del girovita può raddoppiare il rischio di mortalità per cancro. Così gli oncologi d’oltreoceano hanno stilato una sorta di manifesto nel quale raccomandano agli specialisti di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per aiutare i malati obesi a perdere peso e ad adottare uno stile di vita più sano. Molti studi, spiegano gli esperti dell’Asco, dimostrano infatti che migliorare le proprie abitudini alimentari dopo una diagnosi di tumore può migliorare l’efficacia della terapia, ridurre l’incidenza di malattie concomitanti, e in sostanza aiutare a tenere sotto controllo il cancro, se non a sconfiggerlo.
Articolo proveniente da www.repubblica.it/salute/


CONVEGNO COMO 01 ottobre 2016
Cercando il cervello quantistico…e l’asse intestino cervello.
Partecipazione alla Quinta Conferenza di Psicopatologia Quantistica dal titolo “Cercando il cervello quantistico…e l’asse intestino cervello”, presso il Palace Hotel di Como.
L’evento organizzato dalla Società italiana di Biologia Sperimentale e dalla società  Bromatech S.r.l. ,specializzata nella produzione di integratori/probiotici.
Sono stati  presentati i risultati di una ricerca scientifica, pubblicata su Clinical and Traslational Gastroenterology da un ‘equipe di  ricercatori appartenenti a diverse università, supportati da Bromatech S.r.l., che hanno dimostrato la capacità del batterio intestinale Lactobacillus Fermentum di ridurre l’entità del danno infiammatorio dovuto all’abuso di alcool. La cascata infiammatoria indotta dall’abuso di alcol che parte dall’intestino e che porta alla steatosi epatica alcolica, quindi, può essere controllata dall’utilizzo di questo probiotico. Per gli esperimenti sono stati utilizzati i ratti.
Abuso d’alcol. Il microbiota che “spegne” l’infiammazione
Si chiama Lactobacillus Fermentum e riduce l’entità del danno causato dall’eccessivo consumo
Una ricerca appena pubblicata su Clinical and Translational Gastroenterology dimostra che il Lactobacillus fermentum è in grado di “spegnere” la via di infiammazione silente dell’asse intestino, fegato e cervello in chi abusa di alcol.
La ricerca è stata presentata ufficialmente al mondo scientifico nel corso del convegno “Ossisteroli, cervello, cuore e disordini del dell’umore” organizzato dalla Società Italiana di Biologia Sperimentale (SIBS) a Como la scorsa settimana. Condotta da un’equipe di 16 ricercatori provenienti da diverse Università italiane e straniere col supporto incondizionato di Bromatech S.r.l, è stata pubblicata nel mese di gennaio 2016 sulla prestigiosa rivista “Clinical and Translation Gastroenterology” (Gruppo Nature). Gli autori hanno dimostrato la capacità del batterio intestinale Lactobacillus Fermentum di ridurre l’entità del danno da infiammazione provocato dall’abuso d’alcol e i danni al tessuto epatico.

Il fegato è in grado di metabolizzare solo una certa quantità di alcool indipendentemente dalla quantità ingerita; tale metabolizzazione dipende dalla quantità e qualità degli enzimi epatici determinate da fattori genetici; l’alcolemia raggiunge il suo massimo fra i 30 ed i 45 minuti dopo il consumo (34 g. di birra, 14 g. di vino e 4,2 g. di superalcolico contengono la stessa quantità di etanolo). La soglia legale di 50 mg% non viene ancora raggiunta dopo due drink, ma con tre si arriva a 70 e con quattro non solo si raggiunge 90 ma per circa 4 ore si rimane al di sopra o intorno ai 50 (con tre drink invece si rimane intorno a 50 solo per 2 ore).
L’assorbimento dell’alcol dipende dal contemporaneo consumo di alimenti essendo lento nei pasti con molti lipidi e veloce a stomaco vuoto; l’alcolemia è più elevata nelle donne che negli uomini dopo il consumo di eguale quantità di alcolici: ciò dipende sia dal minore contenuto idrico nel sesso femminile che da una ridotta attività enzimatica dell’ADH; questi fenomeni spiegano i danni epatici, cardiaci e cerebrali di maggiore entità che l’alcool arreca alle bevitrici.
«La scelta sperimentale di valutare il ruolo del microbiota e in particolare del Lactobacillus Fermentum nei danni da alcol è stata fatta per due motivi - interviene il professor Massimo Cocchi, Direttore dell’Istituto Paolo Sotgiu per la Ricerca Quantitativa e Quantistica in Psichiatria e Cardiologia, LUdeS Foundation Higher Education Institution, Malta e Lugano e presso l’Università degli Studi di Bologna - Innanzitutto perché l’alcol è l’espressione del massimo danno possibile a livello cellulare, in quanto capace di modificare la mobilità delle membrane i cui effetti possono manifestarsi soprattutto con disordini dell’umore. Quindi, secondo aspetto importante, la consapevolezza che è possibile grazie al microbiota intestinale ridurre le sostanze pro infiammatorie e stimolare un aumento della compattezza dell’epitelio intestinale e di conseguenza una riduzione del rischio di steatosi epatica alcolica».


Controllo dell’apporto di sale con l’avanzare dell’età.
E’ bene tenere sotto controllo l'apporto di sale con l'avanzare dell'età, così da proteggere la funzione cerebrale in quanto, l’abuso nel condire il cibo con il sale, consumare alimenti ricchi di sodio, aumenta le probabilità di soffrire di declino cognitivo.
Ragion per cui è consigliabile tenere sotto controllo i seguenti sintomi che possono valere per le persone di ogni età dai ragazzi agli adulti:
La sete è fuori controllo
Gli alimenti contenenti un'alta percentuale di sodio fanno venire sete, perché il sale influisce negativamente con l'equilibrio dei liquidi nell'organismo, portando quest'ultimo in riserva d'acqua. Dopo una giornata di bagordi gastronomici, si tende a bere più del dovuto.
Ci si sente gonfi
Basta una sola notte ad alta concentrazione di cibi salati per sentirsi gonfi il giorno successivo. Una condizione fisica nota come "edema" e che, stando a studi recenti, può indicare tanto un eccesso di sodio nella dieta come pure una patologia nascosta. Controllare l’uso del sale in tavola e la percentuale di sodio negli alimenti che si consumano.  Attenzione ai cibi pronti e agli insaccati.
Si soffre di calcoli
Troppo sale può compromettere la funzionalità dei reni, perché aumenta la concentrazione di proteine nelle urine, che sono uno dei maggiori rischi di malattie renali, e favorisce inoltre la formazione di calcoli, che possono provocare dolori anche violenti. Per rimediare al problema, la cosa migliore è quella di consultare un nutrizionista, in modo da farsi suggerire una dieta a basso contenuto di sodio.
Si sviluppano ulcere allo stomaco
Secondo studi pubblicati su riviste specializzate, un eccesso di sodio sarebbe legato alla presenza di ulcere gastriche e tumori. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per confermare quanto scoperto, i risultati finora raggiunti suggeriscono una prudenza nel consumo di sale, per non danneggiare le pareti dello stomaco.
Aumenta la pressione sanguigna
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non introdurre più di 2 grammi di sodio con la dieta giornaliera.  Due grammi sodio corrispondono a circa 5 grammi di sale da cucina, che sono all’incirca quelli contenuti in un cucchiaino da the, superare tale consumo ottimale rischia di aumentare sensibilmente la pressione, rendendo così più difficile per il cuore pompare il sangue. E’consigliabile rivolgersi al nutrizionista per una dieta povera di sale, al fine di regolarizzare la pressione.

SINDROME DA RIENTRO DALLE VACANZE
Come combattere preoccupazioni, ansie, depressione, irritabilità, svogliatezza, mancanza di concentrazione e predisporsi psicologicamente al lavoro. Non ultimo cercare di eliminare qualche chilo di troppo accumulato durante le ferie.
Riprendere la corretta alimentazione con orari regolari dei pasti è necessario per riprendere lo stile di vita abituale. Assicurare il giusto apporto di sostanze nutritive, frutta e verdura, senza abbandonare, nei limiti consigliati, pane, pasta e riso, che offrono al cervello gli zuccheri indispensabili per attivare i neurotrasmettitori. Le proteine e le vitamine, soprattutto quelle del gruppo B, carne, uova, formaggi, assicurano la produzione di energia e consentono la sintesi dei neurotrasmettitori. Fondamentali, per il loro potere antiossidante e per la protezione dell'apparato circolatorio, sono anche gli omega 3  che si trovano normalmente nel pesce e nell’olio extra vergine di oliva. Una bella sferzata all'umore è assicurata dalla melatonina, in grado anche di influenzare la regolazione dei tempi di sonno-veglia. Una buona scorta di melatonina la possiamo trovare nella buccia dell'uva rossa.
Bere regolarmente acqua soprattutto se ricca di sali minerali aiuta a mantenere in equilibrio facoltà intellettive e umore.
Niente alcool soprattutto se si è abusato di cocktail e aperitivi durante le ferie.
.Dedicarsi ogni giorno a una leggera attività fisica per mantenere attivi e non interrompere di colpo i benefici  eventualmente acquisiti durante le ferie.
Non buttarsi a capofitto nell'operatività e riprendere con gradualità l’attività lavorativa evitando un'immersione totale nel lavoro o nello studio.

Estate: Sos infezioni alimentari
Attenzione ai cibi conservati male, agli alimenti e bevande scadute, all'igiene negli esercizi pubblici. Tutte regole che valgono sempre ma soprattutto in estate quando i casi di disturbi gastrointestinali causati da alimenti contaminati da microrganismi, le cosiddette infezioni, o da sostanze tossiche prodotte dagli stessi microrganismi (intossicazioni) si triplicano.
   1) Al ristorante diffidare dei carrelli con cibi freddi, conservati a lungo a temperatura   ambiente,    specie  se   con   gelatine,   creme,   maionese, mascarpone, salse e uova.
   2) Occhio  all'aspetto. Controllare che  non   ci  sia  brina  all'esterno  delle confezioni   surgelate,   è   indice   di  un  cattivo  mantenimento.
3) Buttare i cibi le cui confezioni presentano un rigonfiamento.
   Prestare attenzione, in particolare, ai prodotti freschi come latte, mascarpone, creme…
4) Non acquistare bottiglie d'acqua o bibite lasciate sotto i raggi del sole. Ricordare inoltre che anche le bibite hanno una scadenza, che va sempre controllata.
   5) Non acquistare pesce e frutti di mare di dubbia provenienza e prendere cozze e vongole solo se contenute in confezioni sigillate e avvolte da una retina di plastica e con un'etichetta che indica peso e scadenza dei frutti di mare. Ricordare che i frutti di mare possono essere conservati al massimo per 4 giorni, alla temperatura di 6°C, quindi, in frigorifero. Per il pesce ricordarsi di analizzare sempre anche il colore, l'odore e l'aspetto generale.
   6) Nei bar e nei negozi non acquistare prodotti se il congelatore è stracolmo. Per una corretta conservazione, infatti, i prodotti non devono mai superare un certo carico.  Meglio, poi, i freezer con gli sportelli chiusi (solitamente verticali).
7) A differenza dei cibi congelati, quelli surgelati hanno dei cristalli di ghiaccio più piccoli, microscopici. Se, quindi, si nota che l'alimento ha dei cristalli di ghiaccio più grandi, della brina, questo può essere un sintomo dell'interruzione della catena del freddo. Insomma, se il gelato perde la sua compattezza e cremosità e diventa come la brina va buttato.
8) Non consentire al negoziante di toccare il prosciutto con le mani
 9) Non acquistare nessun prodotto deteriorabile da carrettini ambulanti privi di celle frigorifere adeguate alla conservazione degli alimenti.
10) Controllate sempre la data di scadenza di tutti gli alimenti.
(News ANSA luglio 2016)



Future mamme, portate spesso in tavola il pesce azzurro
Il pesce azzurro o pesci di piccola taglia sono ricchi di acidi grassi che favoriscono la crescita fetale.
Sono sufficienti tre-quattro porzioni settimanali di pesce azzurro tipo sardine, sgombri, alici, aringhe, aguglia, pesce sciabola o spatola e nel contempo ridurre il consumo dei grossi pesci come tonno e pesce spada che sono dei bioaccumulatori.
In varie ricerche specialistiche si è osservato che il maggior consumo di pesce si associa a una minore incidenza d’ipertensione gestazionale e che preferire il consumo di pesce azzurro di piccola taglia è positivamente associato con il peso e la circonferenza cranica alla nascita che sono degli indicatori importanti della salute del neonato. E’ stato provato che  mentre il consumo del pesce azzurro riduceva il rischio di sviluppare anticorpi antitiroidei e quindi di tiroidite e depressione post-partum, il rischio aumentava con il consumo esclusivo o prevalente di pesci di grosse dimensioni tipo spada o tonno. Pertanto il consiglio e quello di preferire il piccolo pesce azzurro che risulta  meno esposto al rischio di accumulare contaminanti rispetto ai grandi pesci, inoltre il pesce azzurro fornisce quantità significative di acidi grassi omega 3. Questo acido grasso che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare, oltre a essere necessario per lo sviluppo del cervello e della retina del nascituro, favorisce una regolare crescita fetale e previene alcune complicanze quali la gestosi, il parto pretermine e da studi effettuati la depressione post – partum.


Immunonutrizione, mangiare bene per proteggersi dalle malattie
Il cibo introdotto nell’organismo produce una reazione da parte del sistema immunitario. Gli alimenti ricchi di grassi e zuccheri, potrebbero determinare infiammazioni capace di durare fino a 6-8 ore dopo il pasto. Se questi alimenti vengono accompagnati da frutta e verdura si  “disinnesca” o almeno si diminuisce lo stato infiammatorio. Alcuni alimenti, infatti, agiscono come se fossero dei veri e propri farmaci. Lo scopo del nutrizionista è quello di insegnare alle persone a difendersi dalle malattie anche attraverso una corretta alimentazione e non solo con farmaci.
Il consiglio del nutrizionista è consumare in particolar modo frutta e verdura freschi, preferendo cibi ricchi di probiotici e di omega 3.
Le cose da sapere:
a. Il sistema immunitario protegge l'organismo dagli attacchi esterni. Gli alimenti ipercalorici e ricchi di grassi possono essere pericolosi: aumentano il rischio di sviluppare le malattie cardiovascolari e alcune forme di cancro.
b. Il consumo di alimenti ad alto contenuto calorico, ricchi di grassi e zuccheri, produce una risposta immunitaria che può durare fino a 6-8 ore dopo il termine del pasto. Associare a questi cibi verdura, frutta o bevande di origine vegetale può, tuttavia, ridurre i livelli di stress per l'organismo.
c. L’intestino contiene circa microbi e batteri, che costituiscono il “microbiota”. Questo ambiente, insieme al tessuto immune intestinale, influenza il sistema immunitario.
d. Il rischio di sviluppare cardiopatie, cancro e diabete è determinato dalla percentuale di massa grassa, piuttosto che dall’eccesso di peso.
e. In tarda età, l‘invecchiamento del sistema immunitario ha un’evoluzione inesorabile. Questo processo complica il trattamento delle patologie connesse all’età avanzata. I cibi che contengono molecole attive vegetali, come frutta e verdura, possono prevenire o attenuare le malattie croniche infiammatorie.
f. Allergie, intolleranze alimentari e celiachia. Il cibo è veicolo di svariati tipi di antigeni e può provocare, a qualsiasi età, reazioni allergiche dannose per l’organismo. La contaminazione ambientale, inoltre, ha causato la diffusione di nuove patologie, come l'intolleranza al nickel o al glutine. Se alcuni alimenti determinano reazioni immunitarie avverse, occorre eliminarli fin dall’infanzia.
g. I probiotici contribuiscono in modo significativo alla salute e al benessere dell'organismo. Aiutano a prevenire allergie, infiammazioni intestinali di varia natura e alterazioni immunitarie associate a obesità e invecchiamento. Inoltre, ne migliorano il trattamento. Questi batteri fanno bene a tutte le età e non provocano effetti avversi.
h. Per quanto riguarda i flavonoidi, composti chimici naturali presenti in alcune piante, gli autori scrivono che gli studi sull’uomo sono ancora pochi. Inoltre, resta da chiarire l’uso delle sostanze sintetizzate.
i. Il consumo di acidi grassi polinsaturi fa bene al sistema immunitario: l’olio extra vergine d’oliva e il pesce azzurro aiutano a prevenire le malattie cardiovascolari.
l. Le vitamine e gli oligoelementi sono essenziali per la regolazione di alcune funzioni vitali dell’organismo. Influiscono, inoltre, sulla modulazione della funzione immunitaria, rafforzando i meccanismi di prevenzione dei processi infettivi, a ogni età.
( Si ringraziano le fonti del Prof. Mauro Serafini, responsabile del laboratorio “Alimenti funzionali e prevenzione dello stress metabolico” del Consiglio per la ricerca in Agricoltura, e di Emilio Jirillo, professore d'Immunologia presso l’Università di Bari)




Cambio dell'ora legale: benefici ed effetti sulla salute
È possibile ridurre l'impatto sull'organismo?
Adattarsi al nuovo ritmo non è facile per tutti, ecco perché giocare d'anticipo aiuta
L'ora legale è stata introdotta in Italia nel 1916 con benefici soprattutto in termini di risparmio energetico. Riscontrando effetti negativi sulla salute ecco  alcuni esempi di come affrontare al meglio il ritorno dell'ora legale.
ECO COSCIENZA – Grazie all'utilizzo dell'ora legale è possibile ridurre le emissioni di anidride carbonica e risparmiare energia elettrica. I principali disturbi? Riguardano sonno e umore.

FERMA L'ANSIA – Secondo un'indagine del Codacons, un bambino su due evidenzia disturbi del sonno in coincidenza con il cambio dell'ora. Le variazioni della luce possono influenzare il corpo e la mente in modo profondo, amplificando le sensazioni legate a stanchezza, irritabilità e ansia.

PICCOLE STRATEGIE – Sfrutta il week end in cui tornerà l'ora legale, in coincidenza con la Pasqua, per una terapia di puro benessere. Dedica tempo a te stessa e ascolta i tuoi bisogni, senza orologio! Riposarsi non significa solo assicurare all'organismo un numero sufficiente di ore di sonno, bensì fare ciò che ci dà piacere, in grado di rilassare mente e corpo. Uscire con gli amici, leggere, fare sport, pulire il giardino, organizzare una gita ti darà energia e gioia.

MUOVITI – Chi soffre di cardiopatie e ha problemi di obesità o insonnia sembra soffrirà maggiormente per l'arrivo dell'ora legale. Fare attività fisica aiuta la produzione di serotonina e abbassa lo stress.
PUNTA SUL CIBO – In primavera si riaffaccia il bisogno di depurare il corpo dalle tossine accumulate. Colazione a base di tè verde, frutta fresca e avena, pranzo leggero con insalate, pesce azzurro o legumi caldi conditi con olio e aceto; per cena zuppa o vellutata di verdure. Una dieta sana ti permette di sopportare meglio la fatica, evitare i cali di zucchero e avere alti livelli di energia.

DOLCE SONNO – Concilia il riposo notturno con una tisana calda. Camomilla, melissa, tiglio e arancio dolce saranno un abbraccio profumato in grado di rilassare l'organismo




Bimbi e obesità
Bimbi con problemi di peso in costante aumento tanto che i bambini in sovrappeso sono praticamente duplicati negli ultimi 20 anni. L'obesità infantile è il risultato dell’accumulo nel tempo di più calorie di quante se ne consumino. Si può parlare di obesità quando il peso di un bambino supera del 20% il peso ideale (in base al sesso e all'altezza), di soprappeso se lo supera del 10-20%. In certi casi si parla di super-obesi: sono quei bambini il cui peso supera del 40% i valori normali. In Italia per ogni cento bambini della classe terza elementare 24 sono in sovrappeso e 12 obesi.
L'obesità infantile è dovuta ad un insieme di concause: scarsa educazione alimentare, predisposizione genetica, stile di vita (spesso troppo sedentario). E’ da sfatare la convinzione generale che un bambino diventa obeso solo perché mangia troppo; non sempre, infatti, un bambino "cicciotello" è necessariamente un "mangione"; più frequentemente capita che egli preferisca cibi molto calorici, ricchi di zuccheri e grassi, associati a bevande dolci.
Una iperalimentazione nei primi due anni di vita, oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose, determina anche un aumento del loro numero; ne consegue che da adulti si avrà una maggiore predisposizione all'obesità ed una difficoltà a scendere di peso o a mantenerlo nei limiti fisiologici. Questo perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma non sarà possibile eliminarle. Intervenire durante l'età evolutiva è, quindi, di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia, in futuro, di risultati migliori e duraturi nel controllo del peso corporeo.
E’ opportuno abituare il bambino a praticare attività fisiche e sportive (uso della bicicletta, corsa podistica, gioco del calcio, alcune attività di palestra); Il ruolo dei genitori diventa  molto importante, perché sono proprio loro a dover dare il buon esempio e garantire un ambiente di crescita sereno e sano. Un altro problema è quello delle ripercussioni psicologiche: l'obesità infantile comporta spesso una diminuzione dell'autostima e persino sindromi depressive". I bambini in sovrappeso hanno un rischio statisticamente maggiore di diventare degli adulti obesi e di soffrire, nel loro futuro, delle tipiche complicanze derivanti dall'obesità come il diabete, l'ipertensione, le malattie cardiocircolatorie, i calcoli biliari, l'artrosi e alcuni tipi di tumore (patologie tanto più frequenti quanto più precoce è l'obesità).


Nel sudore si nasconde l'odore della felicità
Secondo un nuovo studio questa emozione è letteralmente contagiosa. Ecco come si trasmette
Anche il sudore aiuta a comunicare, e lo fa emanando l'odore della felicità. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science, le molecole presenti in questa secrezione corporea riescono infatti a scatenare in chi le annusa reazioni tipicamente associate a questa emozione. La felicità, insomma, può essere trasmessa attraverso il sudore.
Studi precedenti avevano dimostrato che la composizione chimica del sudore è associata a emozioni negative come la paura e il disgusto, ma le ricerche che hanno analizzato il fenomeno in relazione alle emozioni positive sono poche. Oggi gli esperimenti condotti dall'esperto di psicologia dell'Università di Utrecht  Gün  Semin e dai suoi colleghi offrono prove della sua esistenza anche nel caso della felicità. “In un certo senso – ha spiegato il ricercatore – la felicità è come una risata, è contagiosa”.
Per arrivare a questa conclusione Semin e colleghi hanno prelevato campioni di sudore dalle ascelle di 12 uomini attraverso assorbenti posti sotto alle ascelle mentre guardavano vido clip emotivamente neutri o in grado di scatenare paura o felicità. Ai partecipanti è stato inoltre chiesto di completare test per la valutazione delle emozioni. In questo modo è stato confermato che i video influenzavano come pensato lo stato emotivo dei partecipanti. Facendo poi annusare i campioni di sudore a delle donne – che in genere hanno un olfatto migliore rispetto a quello degli uomini e sono più sensibili allo stato emotivo di altre persone – è stato scoperto che mentre annusare l'odore della paura aumenta l'attività dello stesso muscolo frontale attivo quando il volto assume espressioni di paura, il sudore degli uomini felici attiva prevalentemente i muscoli che permettono al volto di assumere un'espressione indicativa di felicità.
Secondo i ricercatori questi risultati suggeriscono l'esistenza di una “sincronizzazione comportamentale” tra chi produce il sudore e la persona che lo annusa. “E' un ulteriore passo nel nostro modello generale della funzione comunicativa del sudore umano”, ha commentato Semin. “Il nostro studio – ha spiegato il ricercatore – dimostra che essere esposti a sudore prodotto mentre si è felici scatena l'immagine della felicità in chi è esposto, e induce un contagio dello stato emotivo. Ciò suggerisce che una persona felice può trasmettere felicità tutt'intorno”


Il super-lavoro manda in tilt il cuore. Fino al 33% in più di rischio ictus
Sforare le 55 ore aumenta la probabilità di malattie cardiache: meglio non superare le 35-40 ore settimanali, secondo il più ampio studio in materia
Come rifiutarsi di fare gli straordinari di questi tempi, quando il lavoro è poco e chi ce l'ha fa di tutto per tenerselo ben stretto? Meglio però non esagerare: sforare le 55 ore settimanali di lavoro aumenta dal 10 al 33 per cento la probabilità di malattie alle coronarie e di ictus rispetto a chi si ferma agli orari standard di 35-40 ore settimanali. Lo dimostra il più ampio studio mai pubblicato sul tema, uscito di recente su Lancet.
Effetti negativi del superlavoro
L'indagine è stata condotta da epidemiologi dell'University College di Londra; una prima fase ha previsto la rianalisi dei dati di 25 studi pubblicati e altri ancora inediti, per un totale di oltre 600mila uomini e donne europei, statunitensi e australiani seguiti in media per più di otto anni. Mettendo a confronto le ore lavorate alla settimana con la probabilità di ammalarsi di cuore, gli autori hanno confermato quanto già avevano ipotizzato in passato: lavorare troppo fa male. Anche tenendo conto di fattori come età, sesso o ceto sociale, chi sta in ufficio oltre 55 ore a settimana, ovvero lavora più di nove-dieci ore al giorno sabati compresi, registra un 13 per cento di rischio in più di coronaropatie rispetto ai lavoratori «standard» che si fermano alle canoniche otto ore per cinque giorni a settimana. Risultati simili, ma ancora più allarmanti, sono emersi dalla successiva analisi di 17 indagini precedenti che hanno coinvolto circa 530mila persone, seguite in media per sette anni per valutare gli effetti del superlavoro sull'ictus: pur tenendo conto di altri parametri che alzano il pericolo, dall'ipertensione alla sedentarietà, dall'alcol al fumo, gli stakanovisti hanno una probabilità di ictus del 33 per cento più elevata rispetto agli impiegati con un orario standard.
Troppo stress, troppo a lungo
Peraltro, il lavoro ha un effetto negativo perfettamente dose-dipendente, come fosse una tossina: al crescere delle ore passate in ufficio sale di pari passo il rischio, così per esempio basta attestarsi sulle 41-48 ore a settimana per vedere un incremento del 10 per cento della probabilità di ictus, se si lavora più di otto ore al giorno sei giorni su sette il pericolo schizza al 27 per cento in più. I motivi non sono del tutto certi, ma pare assodato che c'entri la maggior sedentarietà di chi sta incollato alla scrivania troppo a lungo, così come l'eccesso di stress a cui si è sottoposti in ufficio per troppe ore ogni giorno. I dati sono stati raccolti su impiegati, non è detto che tutto questo sia vero per gli operai o per i manager soddisfatti della loro carriera; di certo però devono far riflettere, perché come ha spiegato Urban Janlert dell'università svedese di Umea in un editoriale di accompagnamento «Fare gli straordinari è una prassi molto frequente fra i lavoratori: in Turchia il 43 per cento supera le cinquanta ore settimanali, ma la media si attesta sul 12 per cento per gli uomini e il 5 per cento per le donne in tutti i Paesi aderenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. In alcuni Stati esistono normative per limitare l'eccesso di ore lavorative: in Europa, ad esempio, vige la direttiva 2003/88/CE che garantisce il diritto a non superare una media di 48 ore lavorative settimanali. Purtroppo è poco applicata e alla luce di questi risultati ciò deve preoccupare». Anche se vengono pagati un po' di più, insomma, meglio non abusare degli straordinari: ne va della salute.


Obesità e cancro, non solo dal fumo.
Gli esperti di tutto il mondo che stanno per riunirsi a Chicago in occasione del Congresso della Società Americana di Oncologia Medica (Asco) lanciano l’allarme: l’obesità sta per superare il tabacco e raggiungere un poco ambito primato, quello di prima causa prevenibile di cancro. Secondo le più recenti stime, l’eccessivo sovrappeso è responsabile diretto in Italia di circa il tre per cento di tutti i tumori negli uomini e del sette per cento di quelli nelle donne. Un fatto preoccupante se si pensa che dal 1980 ad oggi i tassi di obesità sono raddoppiati nel mondo e che ora in Italia una persona su due ha dei chili di troppo. Un fenomeno che, purtroppo, non risparmia i nostri bambini. Se la popolazione continuerà a ingrassare, come rilevato dalle ultime statistiche, le stime indicano chiaramente che salirà ulteriormente il numero dei casi di tumore dovuti ai chili in eccesso, che sorpasseranno così il fumo entro il 2030. «Da anni ricercatori e oncologi di tutto il mondo sottolineano, numeri e statistiche alla mano, che quattro tumori su dieci sono causati da stili di vita sbagliati - commenta Fortunato Ciardiello, professore Ordinario di Oncologia Medica della Seconda Università di Napoli e presidente eletto della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) -: il che significa, ad esempio, che in Italia con una giusta prevenzione si sarebbero potute evitare oltre 146mila delle 365mila nuove diagnosi oncologiche registrate nel 2014. E sebbene le regole siano semplici, chiare, facili da attuare, ancora moltissime persone le ignorano o non sono sufficientemente convinte della loro efficacia».
È certo il legame fra obesità e almeno sei tipi di cancro
Molte sono le ricerche ancora aperte, ma le informazioni finora disponibili non lasciano spazio ai dubbi: obesità e sovrappeso sono fra i fattori di rischio noti per i tumori di endometrio, colon retto, esofago, rene, pancreas e seno, specie fra le donne in post menopausa. «Diversi studi hanno poi messo chiaramente in evidenza che l’eccessivo peso non solo fa crescere le possibilità di ammalarsi, ma anche di morire di cancro – chiarisce Ciardiello -. Ovvero chi è obeso rischia di sviluppare forme più aggressive e letali, così come ha maggiori probabilità di avere una recidiva o di andare incontro a complicanze durante le cure. Fortunatamente sappiamo anche che dimagrire contribuisce, concretamente, a migliorare la situazione». Perché? Gli scienziati, negli ultimi anni, hanno fatto molti progressi nelle possibili risposte a questa domanda e hanno compreso diversi meccanismi che sono alla base del legame tra peso in eccesso e cancro.
Ecco perché il grasso favorisce le cellule cancerose
Al momento sono soprattutto cinque gli ambiti in cui si sta indagando per comprendere le relazioni causa-effetto tra obesità e tumori: insulina, infiammazioni croniche, estrogeni, regolatori dei tumori e adipochine. «Le persone obese hanno spesso nel sangue livelli di insulina e di fattori di crescita dell’insulina più elevati della norma – chiarisce l’esperto -. Questa condizione, nota come iperinsulinemia o insulino-resistenza, fa salire il rischio di diabete e può favorire l’insorgenza di alcuni tipi di cancro, come quelli di colon e rene». In chi è molto in sovrappeso è piuttosto comune anche un’infiammazione cronica di alcuni tessuti (facilitata dai grassi accumulati in determinati punti dell’organismo), che è noto essere uno dei fattori che alla lunga predispongono alla trasformazione cancerosa delle cellule. «Un esempio su tutti – dice Ciardiello – è quello dell’infiammazione cronica nell’esofago, con conseguente reflusso gastroesofageo e una patologia nota come Esofago di Barret, entrambe più frequenti fra gli obesi che fra i normo-peso ed entrambe note come condizioni che facilitano lo sviluppo del cancro all’esofago». Ben noto è poi il discorso degli estrogeni, che vengono prodotti in grandi quantità dai tessuti grassi e che sono fra i ben noti responsabili di alcune forme di tumore del seno e dell’endometrio, con sospetti anche per il carcinoma dell’ovaio. Ed un simile discorso può essere fatto per le adipochine. Per quanto concerne i “regolatori dei tumori”, infine, gli scienziati hanno individuato alcuni fattori che stimolano la crescita del cancro e ora sappiamo che le cellule adipose possono influenzare i livelli di certi regolatori, come avviene con la proteina mTOR, implicata nell’insorgenza di diverse neoplasie.
Già si conoscono e sperimentano possibili strategie di cura
«Alcuni di questi “legami pericolosi” sono già al centro dell’attenzione e si sperimentano delle possibili cure - aggiunge Ciardiello -. Ad esempio, si stanno studiando diversi modi per controllare o ridurre l’infiammazione cronica (ad esempio con aspirina, farmaci antinfiammatori non-steroidei o statine, già ampiamente usate come cure anti diabete o per prevenire l’infarto) e valutare, di conseguenza, se in questo modo si abbassa il pericolo delle persone d’ammalarsi di cancro. E’ stata anche in parte dimostrata l’utilità della metformina (comunemente impiegata per il diabete di tipo due) come agente che limita gli eccessi di insulina e ulteriori studi puntano a dimostrare che possa far calare il rischio di vari tumori, fra cui quello al seno».
Quali sono i vantaggi per chi dimagrisce?
«Lontano dai laboratori di ricerca e dagli ospedali, c’è per qualcosa di concreto che tutti possono fare per limitare davvero le possibilità di ammalarsi di cancro – concludono gli esperti mondiali riuniti all’Asco -: controllare il proprio peso. Chi è obeso o ha comunque chili di troppo deve sapere che è stato scientificamente dimostrato che se dimagrisce fa diminuire anche il pericolo di sviluppare un tumore, diabete o malattie cardiovascolari. E ancora: chi già ha avuto una diagnosi oncologica e si impegna a dimagrire può trarne vantaggi concreti, non solo in ottica di generale benessere, ma anche perché migliorerebbero gli effetti delle terapie e invece calerebbe il rischio di ricadute». Se è vero, insomma, che il cancro fa paura a tutti, è giunta l’ora d’impegnarsi a prevenirlo con i modi più semplici: alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e armati di bilancia, ma rigorosamente senza sigarette.






Sei regole salva-cuore per le donne
Le donne giovani potrebbero evitare gli attacchi cardiaci seguendo appena sei regole di vita sana: non serve teoricamente molto per mantenere il cuore in buona salute e scongiurare tre casi di infarto su quattro. Lo dimostrano i dati di un’ampia ricerca pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology che sottolinea anche l’importanza di iniziare presto a seguire uno stile di vita salva-cuore. I ricercatori hanno analizzato 70mila volontarie per 20 anni. All’inizio dello studio in media avevano 37 anni. Durante la ricerca a poco meno della metà delle partecipanti è stato riscontrato almeno un fattore di rischio cardiovascolare come diabete, colesterolo alto, ipertensione, in media attorno ai 46 anni; 50 anni, invece, è l’età a cui sono state più spesso diagnosticate patologie cardiache. I dati mostrano che lo stile di vita può fare davvero tantissimo per ridurre i pericoli per il cuore.


Frutta, verdura e pesce riducono del 43% rischio di cancro al colon-retto
Con la dieta vegetariana il pericolo diminuisce del 22%
Un'alimentazione a base di frutta, verdura e pesce riduce il rischio di cancro al colon-retto del 43%. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine dai ricercatori della Loma Linda University di Loma Linda (Usa), secondo cui abolire la carne riduce significativamente il rischio di sviluppare la patologia.
La ricerca è stata condotta sulle abitudini alimentari e lo stato di salute di 77.659 partecipanti, monitorati per un periodo di 5 anni, dal 2002 e il 2007. Dall'analisi è emerso che, rispetto agli altri, i volontari che avevano seguito una dieta vegetariana correvano un rischio di sviluppare il cancro al colon-retto inferiore del 22%. In particolare, il rischio di tumore al colon era inferiore del 19%, mentre quello di cancro al retto era più basso del 29%.
L'efficacia di una dieta priva di carne è risultata ancora più evidente nelle persone che alla frutta e alla verdura associavano anche il pesce. Nei pesco-vegetariani, infatti, il pericolo di sviluppare la patologia risultava inferiore del 43%.
Infine, rispetto a chi consumava regolarmente la carne, è emerso che i latto-ovo vegetariani (le persone che consumano anche latticini e uova) avevano una probabilità di sviluppare il tumore al colon-retto più bassa del 18%, i vegani del 16% e i semi-vegetariani (coloro che assumono carne solo occasionalmente) dell'8%.

Cuore sano e meno ictus: così la dieta semi-vegetariana allunga la vita
Non serve eliminare del tutto la carne, basta arricchire l'alimentazione quotidiana di prodotti 'green'
Nel ricordare i principi di una sana alimentazione gli esperti non dimenticano mai di ribadire una regola fondamentale: aumentare il consumo di alimenti di origine vegetale e ridurre quello di cibi di origine animale, soprattutto se ricchi di grassi. Questa scelta sarebbe talmente vantaggiosa per la salute cardiovascolare da abbassare il rischio di morire a causa di una malattia cardiaca o di un ictus. A dimostrarlo è una ricerca dell'Imperial College di Londra, al convegno EPI/Lifestyle 2015 dell'American Heart Association, secondo cui una dieta semi-vegetariana può aiutare ad allungare la vita proprio proteggendo l'apparato cardiovascolare.
“Una dieta semi-vegetariana non prevede raccomandazioni assolute riguardanti nutrienti specifici”, ha spiegato Lassale, precisando che un'alimentazione di questo tipo “è focalizzata sull'aumento della quantità di cibi di origine vegetale rispetto a quelli di origine animale”. Ciò, ha sottolineato l'esperta, corrisponde a un miglioramento dell'equilibrio nutrizionale dell'alimentazione. A dimostrarlo sono i dati raccolti durante lo studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC). Iniziato nel 1992, lo studio ha coinvolto circa 500 mila persone provenienti da 10 diversi paesi, il cui stato di salute è stato monitorato per una media di 12 anni. Lassale e colleghi hanno classificato i partecipanti in base ai tipi di alimenti inclusi nella loro alimentazione, assegnando un punto per ogni cibo appartenente a una di 7 possibili categorie di origine vegetale (verdure, frutta, legumi, cereali, patate, frutta secca e olio d'oliva) e sottraendone uno per ogni alimento appartenente a una di 5 possibili categorie di origine animale (carni, grassi animali, uova, pesci e altri frutti di mare o latticini). Ne è emerso che l'abitudine di garantirsi un'alimentazione semi-vegetariana in cui almeno il 70% degli alimenti sia di provenienza vegetale è associata a una riduzione del 20% del rischio di morire a causa di una malattia cardiovascolare rispetto a quello corso da chi segue un'alimentazione per meno del 45% di origine vegetale.
Questi risultati confermano quanto cuore e arterie possano trarre benefici dal consumo di cibi provenienti dal mondo vegetale. Per questo secondo Lassale “sostituire parte della carne nella propria alimentazione con alimenti di origine vegetale può rappresentare una strategia molto semplice e utile per ridurre la mortalità cardiovascolare”.

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da corriere della sera.it del 18 marzo 2015
Prende pasticca per dimagrire resta paralizzata dopo un ictus
Lara, imprenditrice di 49 anni, mamma di due gemelli di quattro anni, ha preso un farmaco a base di fenilpropanolamina
ROMA - Non parla più, ormai si esprime solo con i gesti della mano sinistra. E anche alzarsi dal letto è impossibile: dalla mattina del 10 settembre il braccio e la gamba destra sono paralizzati. Lara, imprenditrice di 49 anni, mamma di due gemelli di quattro anni, è stata colpita da un ictus e sulle cause la procura ha aperto un’inchiesta per i lesioni gravissime.
A dieta per dimagrire
A finire nel mirino del pm Elena Neri una pillola dimagrante a base di fenilpropanolamina ingerita dalla donna – residente ad Albano Laziale - il pomeriggio del 9 settembre scorso, quando ha iniziato la dieta ed è sprofondata in un incubo. Il dubbio della procura è che l’ictus sia stato provocato da questa molecola anoressizzante. La fenilpropanolamina ha, infatti, l’effetto di inibire l’appetito ma la sua utilizzazione nelle diete dimagranti è stata ridimensionata perché, in alcuni casi, è dimostrato che provoca emorragie celebrali. Per stabilire se l’ictus è stato provocato dalla pasticca, il pm ha disposto una consulenza farmacologica cui parteciperà anche il medico nutrizionista indagato per averla prescritta.
Non esiste divieto esplicito di vendita
A spingere Lara a voler dimagrire era stato il progressivo aumento di peso successivo alla gravidanza del 2011, quando diede alla luce due gemelli. Aveva deciso di iniziare una dieta e, così, la scorsa estate si era rivolta al dietologo. La prima somministrazione era per il 9 settembre: la donna la prende e il giorno dopo viene colpita dall’emorragia cerebrale che le ha provocato la perdita dell’uso della parola e della parte destra del corpo. La questione è che non esiste un divieto esplicito di vendita della fenilpropanolamina, anche se non esistono sul mercato farmaci che ne prevedono l’impiego. Diverse inchieste sono aperte in procura sugli effetti di questa molecola. Un’indagine del pm Francesco Dall’Olio è finalizzata a chiarire se ci siano responsabilità per la mancata revoca dell’autorizzazione alla vendita da parte dal ministero della Salute, come invece è stato fatto nel 2011 con la fendimetrazina.

News dal Mondo
Protegge i reni chi abbonda con frutta e verdura, poca carne e salumi
Anche i consumi di formaggi, pesce e uova andrebbero moderati, prediligendo le fonti vegetali di proteine, come i legumi
Frutta e verdura fanno bene ai reni, soprattutto a quelli che non funzionano più a dovere: uno studio pubblicato sul Journal of the American Society of Nephrology ha di recente dimostrato che una dieta che privilegi i vegetali è l’ideale per chi soffre di una malattia renale cronica, mentre se si esagera con la carne il rischio di insufficienza renale e dialisi può addirittura triplicare. I dati arrivano da un’indagine in cui sono stati seguiti, per quasi 14 anni, poco meno di 1500 pazienti con una patologia renale cronica. A cadenza regolare tutti i partecipanti hanno risposto a un questionario sulle loro abitudini alimentari e, nel frattempo, sono state registrate le variazioni dei parametri correlati alla salute dei reni.
Rischio dialisi triplicato con troppa carne
I risultati appaiono chiari: un elevato consumo di cibi acidi, per lo più carne e derivati, si associa a una più rapida progressione verso l’insufficienza renale e la dialisi. Il rischio addirittura triplica rispetto a quello registrato nei pazienti che invece portano in tavola soprattutto cibi poco acidi, come la frutta e la verdura.
«Il “carico di acidi” provenienti dalla dieta è strettamente connesso alla velocità di progressione della malattia . Da tempo si pensa che a una maggior quantità di cibi acidi sia associato un peggioramento della funzionalità renale, tanto che alcuni studi hanno mostrato come integratori alcalini, che hanno un’azione contraria, possano rallentare il danno. Questi nostri nuovi dati non fanno che confermare i sospetti che già avevamo».
Come lavorano i reni
Un carico acido maggiore, infatti, fa sì che i reni, per mantenere l’equilibrio del pH dell’organismo, aumentino l’escrezione degli acidi attraverso “adattamenti” della funzione che possono essere nocivi, soprattutto quando questi organi sono già “sotto sforzo” e non lavorano a dovere per colpa di una malattia cronica. In Italia circa due milioni e mezzo - tre milioni di persone soffrono di una nefropatia cronica, con una riduzione della funzionalità renale più o meno consistente: purtroppo molti non ne sono consapevoli, ma se non si interviene per tempo, la perdita della capacità dei reni di filtrare il sangue depurandolo da scorie e sali minerali in eccesso può essere completa, fino a una vera e propria insufficienza renale. A tavola, però, come confermano i dati raccolti oltreoceano, chi già ha una malattia cronica in atto può fare molto per rallentare i danni: ridurre la carne è un primo passo, non solo per diminuire il carico acido, ma anche per contenere la quantità di proteine, visto che un eccesso proteico, come già si sa da tempo, tende ad affaticare troppo i reni.
Attenzione in genere alle proteine animali
Meglio, perciò, limitare la carne, ma anche i salumi, i formaggi, il pesce, le uova, prediligendo le fonti vegetali di proteine, come i legumi. Nei pazienti con malattia renale avanzata può essere inoltre consigliabile optare per cibi a-proteici, ovvero pane, pasta, riso, biscotti, che siano prodotti con farine speciali senza proteine.
Anche fosforo, potassio e sodio devono essere tenuti sotto controllo dai pazienti con problemi renali: i reni affaticati sono meno capaci di eliminare questi minerali dal sangue, con il rischio che si accumulino, provocando ad esempio aritmie cardiache. Per abbassare il consumo di fosforo occorre dare la preferenza, ancora una volta, a frutta e verdura fresche, limitando invece i cibi che sono ricchi di questo elemento, come il pesce, i formaggi (soprattutto quelli stagionati), il tuorlo d’uovo, il lievito di birra, la frutta secca. Per contenere i livelli di potassio meglio moderare il consumo di frutta secca e disidratata; via libera invece a olio, miele, frutta fresca. Il sodio, infine, si riduce dando un taglio non solo al sale da cucina, ma anche diminuendo l’uso di dadi per il brodo,

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             "Dietologo Nutrizionista " Dott.ssa Maria Luisa Scarabelli - Biologa Nutrizionista - Iscritta all'Ordine Nazionale dei Biologi al n° 059945 - P.Iva 06448740966
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